venerdì 1 gennaio 2010
Capodanno
Non serve cercare la vita e volere la pace.
Il mio impiego sul Leeuwin è finito. È già il tempo per cambiare ancora una volta. Ultimo giorno triste e allegro. Ultimo giorno dell’anno.
Torno a scuola a studiare, impaziente di navigare un po’ più lontano. Impaziente di mostrare che era possibile cambiare. Magari mi serve. Studente senza dollari e con sogni che vacillano al vento dell’età e del cinismo.
Esmeralda parte. La Cina l’aspetta tra due settimane. Io e Speranza restiamo per ora, per qualche mese, poi chissà. Andremo, mi immagino.
Mi sono stirato il tendine del tallone. Sorprese per cinquantenni che tirano di scherma senza allenamento alcuno e scoprono che non è più la stessa cosa.
Una piccola amarezza che si aggiunge alle altre amarezza dei miei ultimi giorni. Ai pensieri sbagliati. Agli amici a cui mi viene da chiedere e non solo da dare. Al dolore che sembra fisico proprio sotto lo sterno, che se non sapessi che è solo malinconia mi preoccuperei.
Mi sono slogato l’anima. Non è rotta, mi pare. Così lo so per certo: si metterà a posto. Ma accidenti fa male.
martedì 1 dicembre 2009
Razzismo... ennesima puntata
E lo dico con un po' di pena. Perché io, orgoglioso emiliano, ho sempre difeso la mia identità locale contro la presunta omogeneizzazione dei popoli all'interno dei confini degli Stati nazionali: un incubo che ci è rimasto come eredità della bellicosa diplomazia del XIX secolo e di due vergognose guerre mondiali. Perché io nel 1997 ho votato ad Edimburgo per l’istituzione del Parlamento Scozzese (le vere democrazie non hanno paura di far votare gli immigrati). Perché io da Direttore della scuola Italiana di Barcellona dal 1997 al 2000 ho fatto credo più di chiunque mi ha preceduto per dare al Catalano un ruolo pari allo Spagnolo nella vita della nostra scuola. Perché io ai confini nazionali, anzi ai confini in genere non ci credo mica, ma credo al diritto delle persone di scoprire ed elaborare la propria identità cercando radici, idee e sfumature. Io che credo sarei il naturale sostenitore dei partiti locali e della democrazia vicina e diretta.
E lo dico con pena perché io, che pure mi impongo di non generalizzare, ho discusso, scritto ed alzato la voce per descrivere la follia di chi nelle piazze mussulmane sventola l’odio razziale e religioso. Perché io mi sono sentito danese quando i danesi si sono rifiutati di dimostrarsi impauriti e di chiedere scusa per delle vignette (carine) su Maometto. Perché nel mio blog sono apparse per anni foto di delinquenti mussulmani che mostrano mani insanguinate o che brandiscono un mitra per festeggiare la morte di qualcuno in Israele. Perché io non credo mica che la verità sia semplice e mi sembra che nel giudicare il conflitto tra culture e popoli si debba fare uno sforzo per capire le ragioni di tutti: anche le ragioni che ci hanno spinto a volte all’uso della forza. Che c’erano e ci sono ancora. E infatti manderemo i soldati in Afganisthan ed io non protesterò (spero che non sia un fallimento, ma non sono in grado di giudicare “tecnicamente” la utilità della richiesta di Obama).
Ma non è mica colpa mia se l’Italia si sta rapidamente trasformando in qualche cosa in cui mi sento sempre più straniero. Non vedo perché dovrei oppormi ad una teocrazia con un’altra teocrazia. Forse che all’ombra della croce si sono commessi meno crimini che all’ombra della mezza luna? A Reggio, in via Emilia, ci sono ancora i cardini del cancello che alla sera chiudeva gli Ebrei nelle ristrette vie del ghetto fino all’arrivo dell’Illuminismo aiutato da qualche cannone del Signor Napoleone (un buon esempio personale delle complesse identità europee).
Non è colpa mia se il pubblico si è abituato alle esternazioni criminali dei politici leghisti, un po’ come negli anni Settanta ci si era abituati alla violenza, ed ha perso la capacità di scandalizzarsi. Eppure non è una cosa piccola.
Questo rumore di fondo ci sta facendo diventare sordi ed insensibili. Pian piano il razzismo sembrerà banale ed ovvio, qualcosa che forse non si condivide ma che ha il diritto di esistere... tanto esiste comunque, che cosa ci possiamo fare?
Eppure non è così. Italia mia... non sei così. Non lo eri.

"Svizzera 'forever' bianca e cristiana!" dice Borghezio, eurodeputato leghista.
Attenti, attenti, "bianca e cristiana".
Come la storia insegna il Cristianesimo è buono e remissivo solo perché la società europea è (o era?) laica e liberale. Se la cultura europea non è libera e critica, la "verità" del cristianesimo diventerà presuntuosa. Come quella dell'Islam.
Come quella di quel poveretto che abbiamo mandato senza vergognarci al Parlamento Europeo, che sarà anche "bianco e cristiano", ma che non si presenta mica molto bene

La croce sul tricolore? La tradizione cristiana? Una manica di idioti... altroché.
I leghisti e chi li sopporta umiliano secoli di libertà di pensiero e di filosofia. L'Europa ha inventato l'Illuminismo ed i Diritti Umani, la libertà personale ed il senso critico. Difenderci dal fanatismo altrui riscoprendo il nostro proprio fanatismo è un'indecenza da cervelli primitivi. Opinione pubblica, ribellati. Stai sprofondando nel fango!
lunedì 23 novembre 2009
Eppure, accidenti, non c’è niente da fare: sono italianissimo. E forse è l’essenza di questo essere in Australia, che puoi essere montecchiese e sentirti a casa.
Però, insomma, ci sono tante cose che sono vicine, vicinissime, ma sulla superficie della mia pelle. E sono la mia vita.
E poi ci sono delle cose che sono passate dentro alla mia pelle. E sono me. E quello che qui fa la differenza, che definisce la mia identità in contrasto con il paesaggio, sono proprio queste cose poco visibili; nascoste dentro : le mie opere, Guccini, Saba, Gozzano, qualche frase che viene a galla in dialetto reggiano, canzoni che solo io canto alla mia bambina in questo continente, memorie che riappaiono dentro alla mia testa.
Mi manchi casa mia lontanissima.
Sospiro...
sabato 21 novembre 2009
White Christmas, Coccaglio e Lega Nord
L'applicazione della legge in se' puo' essere un bene (supponendo che la legge sia giusta e non contraria ai diritti degli uomini) anche se puo' esserci tanto male nella psicologia di chi la applica. Ma la sfrontatezza... anzi l'onesta' di chiamare (per scherzo) l'operazione "White Christmas" ci dice la terribile verita'. Come tutti gli scherzi.
Sono cresciuto studiando che le leggi razziali fasciste del 1938 erano un incidente della storia e che in fondo in fondo gli italiani non le avevano volute. Sono cresciuto ripetendo che una qualche sorta di resistenza popolare le aveva rese per lo meno un po' inefficaci nella loro ingiustizia. Sono cresciuto credendo che il razzismo fosse un problema di alcuni altri Paesi cattivi (fino agli anni Ottanta lo credevamo proprio). E guarda adesso che pattume razzista che la vecchia Italia ci rifila.
Al diavolo White Christmas, Brescia e Lega Nord. Che la storia vi inghiotta come ha inghiottito le leggi di Mussolini
mercoledì 11 novembre 2009
In compenso sono a casa, dormo abbracciato a Speranza ed imparo molte utilissime cose sulle manovre fisse delle navi a vela. Ma insomma, l’apprendimento “a slavina” non è proprio confortevole.
sabato 10 ottobre 2009
Mr Obama

Non posso dire di non essere sorpreso, il Nobel di solito arriva alla fine di un percorso, non all'inizio. Ma sono contento e oggi celebrerò il Nobel per la pace a Barack Obama, primo Presidente afroamericano, uomo coraggioso, idealista e realista, che ha ridato fiato alla speranza.
Non è ancora un risultato, ma è il passo avanti di cui avevamo bisogno.
So quanti anni ho (e a volte mi confondo... sarà l'età!), so il nome delle persone care, e so camminare.
A volte ho voglia di sedermi e spesso no.
E davanti a me sembra proprio che avrò un cammino lungo, se Dio vuole, o almeno impegnativo. Per non dire faticoso.
Il destino, generoso come sempre, mi mette tra i piedi persone di cui innamorarmi, persone che mi vogliono bene, persone che valgono.
Esmeralda è piena di avventura, il che crea anche un po' di confusione ma aiuta ad andare avanti.
Avanti... dove grandi cambiamenti ci aspettano.
lunedì 14 settembre 2009
Australians

E' un cambiamento. A questo punto desiderato ed opportuno.
Si potrà dire quello che si vuole su questo Paese che respinge i clandestini (l'Australia, non l'Italia), ma accoglie gli immigrati. In cui infatti un terzo della gente è immigrata ed un altro terzo è figlia di immigrati.
Sta di fatto che un Italiano, nato in Italia, è Sindaco della mia città e che davanti a lui ho giurato di rispettare la democrazia e le leggi di questo Paese. E che della ventina di nuovi cittadini australiani che hanno giurato con me non più di un terzo avevano la pelle chiara, e che ciascuno si è portato il proprio libro sacro su cui giurare (Bibbia, Torah, Corano, o niente... davvero non ci si fa caso).
Assaporo il cambiamento. Le carte non sono importanti, ma insomma...
giovedì 10 settembre 2009
Cucinotta

Che strani discorsi che si fanno in Italia. Non so se ci sono molti altri posti in cui il dibattito “politico” è così melmoso e basso. In cui l’odore di chiuso è così forte e l’aria corrotta tanto soffocante. In cui tanti coglioni sono chiamati “onorevole”.
Nello specifico le mie riflessioni (anzi, l’incredulo sussulto di tutto il mio corpo sulla seggiola) sono causate da una registrazione di Radio Padania (riportata sul blog l’AntiComunitarista di Daniele Sensi (http://danielesensi.blogspot.com) e su Informare per Resistere, a cui sono arrivato tramite una citazione sulla pagina facebook di Carlo Ruggeri), in cui Andrea Rognoni, direttore della rivista Idee per l’Europa dei popoli, ci dice di come non si riconosca nella italianità della signora Cucinotta e di come voglia più spirito “padano” alla mostra del cinema di Venezia.
I commenti dei lettori sono molto veri: sono proprio cazzate, e viene proprio voglia di insultarli un po’ questi leghisti.
Ciononostante, insultarli purtroppo non serve, non dimostra nulla e non risolve il problema. E poi rischia di fare un guaio, di negare la verità che c’è nel pensiero di tutti e che, se non riconosciuta, può far pensare al lettore disattento che magari di verità nel pensiero leghista ce ne sia più di qualche briciola. Ne dubito, ma evidentemente gli elettori della lega ci credono.
E allora cercherò di riflettere e di vedere se ho abbastanza tempo, voglia, salute e materiale per mettere in fila quattro idee.
Le differenze etniche esistono. Come esistono le differenze sessuali. Non vuole mica dire che siano criteri di giudizio, o regole da seguire. Non vuol dire che contino. Sono piccoli fatti che non serve negare.
Non vuole dire che le donne si devono comportare da donna, o che essere “padani” (termine comunque inventato di sana pianta non più di venti anni fa) sia bene o male. Ma vuol dire che quando comprendiamo il mondo semplificandolo ed attaccandogli un etichetta (che so, definiamo l’insieme degli Italiani, o dei “maschi padani” come mi sembra dica il signor Rognoni), identifichiamo un gruppo di variabili umane che hanno certe caratteristiche comuni, o in cui certe caratteristiche fisiche o culturali sono più frequenti di altre.
È un fatto che la maggior parte degli italiani del nord è più chiaro di pelle della maggior parte degli italiani del sud. Non è molto importante, ma è un fatto. Come è un fatto che l’accento è diverso. Come è un fatto che ci sono elementi culturali che ostacolano la comunicazione tra i due gruppi quando questi vengono giustapposti. Nella mia Reggio Emilia sono ancora evidenti i diversi gruppi di immigrati dal sud Italia dopo cinquanta anni di immigrazione.
Quindi è possibile che la signora Cucinotta mal si confaccia all’ideale della bellezza leghista. Mi pare però che si possa dire che l’applicazione dello stereotipo leghista della bellezza alla mostra del Cinema di Venezia non sia molto appropriato. Come è stato detto da acuti commentatori, i soldi per la cultura vengono da Roma e non dal Comune di Venezia, e poi appunto la Mostra internazionale non è mica una “sagra” del tortello con i prodotti della locale produzione agricola.
Ma trascendendo dal commento infelice del Rognoni a Radio Padania Libera, ci sono altre cose che vorrei aggiungere.
È un fatto che ci sono milioni di immigrati in Europa. È un fatto che ci sono diversità culturali che possono infastidire e che debbono essere mediate all’interno di un sistema di regole definito democraticamente, seguendo la storia e gli obiettivi che di volta in volta ci diamo credendo di fare bene.
È un fatto che tra gli immigrati ci sono molti mussulmani e che tra i mussulmani ci sono forti correnti di pensiero che pongono la religione tradizionale (loro) a fondamento di dottrine politiche purtroppo terribilmente attuali, rese attuali con il sangue.
Devo dire che sono contento che sia così? Ebbene no, non lo sono e sono convinto che le democrazie occidentali fanno bene a difendersi dagli integralisti islamici. Spero solo che lo riescano a fare con successo.
Fanno bene ad irrigidirsi di fronte ai veli ed alla legge coranica. Fanno bene a dire che non si possono negare la libertà di pensiero e le conquiste della modernità. Fanno bene a condannare con durezza chi condanna in contumacia gli scrittori audaci ed i vignettisti irriverenti. Fanno bene ad imporre la legge di parlare in lingua locale nelle moschee se hanno ragione di pensare che vi si faccia propaganda terroristica. Fanno bene a garantire che non si perpetrino nel nostro territorio nazionale (vale sia in Europa che in Australia) abusi di nessun genere alle donne ed ai loro diritti. Fanno bene a controllare chi viene e chi va e a respingere chi non ha il permesso per entrare. I risultati non si ottengono facendo i buoni ma solo rendendo davvero impossibile o drammaticamente inconveniente contravvenire alle regole.
Credo che in fondo in fondo queste considerazioni siano condivise dalla grande maggioranza della gente. Credo che condividere questa preoccupazione non faccia la maggioranza degli Italiani, Europei, Australiani dei leghisti.
Mi sembra che il problema sia un altro. Anzi, siano tanti altri.
1. Forse ci saimo già scordati, ma l’Italia è stata governata per 50 anni dalla Democrazia Cristiana! E il farneticante dibattito leghista non difende la cultura europea della libertà ma quella (già in recessione, anzi già sconfitta) della teocrazia culturale.
2. Il leghista medio odia i mussulmani non perché sono illiberali, lui è altrettanto illiberale, ma perché sono il nemico ed il diverso.
3. Il pensiero che in Italia sottende alla difesa delle identità locali è – con mio grande rammarico perché la causa generale è buona – un pensiero chiuso, asfittico e che si nega al cambiamento. Che odia tutto ciò che è diverso: gli omosessuali, i Turchi (mussulmani), i Rumeni (poveri), i neri (neri), i gialli (strani e lavoratori), la cucina inglese, il caffè lungo, la guida a sinistra, i ristoranti cinesi, gli ebrei... non importa molto di cosa si tratti. In altri Paesi è un pensiero ricco e libertario che si nega alla uniformità centralistica e che promuove la crescita dal confronto di persone diverse.
4. La destra semicolta e ventrale delle masse padane ama i simboli duri e violenti stile militare. Vedi le ronde coi capelli rasati, i cani e le camice scure. Vedi il lessico leghista che dal “cazzuto” del Bossi delle origini si è infiltrato ad annebbiare il pensiero ed a macchiare anche i registri “alti” della nostra lingua. È una malattia: una deformazione culturale che produce solo morte e distruzione.
5. L’intransigenza localista non vede il fratello nell’immigrato che affoga o nella ragazzina che si prostituisce. Vede solo una strana cosa che si muove (finché in vita) e di cui si può solo ridere. A meno che non ci faccia paura, allora non si ride più e si fa tutti gli isterici. Ed è la negazione del fondamento della moralità laica: la dolcezza verso i nostri fratelli umani, anche quando sono nostri nemici.
6. E poi, appena al di sotto di una sottilissima verniciatura di rispettabilità, il pensiero leghista e padano (anche di chi non è leghista, mi tocca dire con un po’ di vergogna), ha permesso a se stesso di ridiventare tradizionalmente razzista. E non uso la parola in senso ampio per significare una intolleranza per differenze difficili da accomodare, ma proprio nel senso pieno ed ottocentesco della parola: puoi essere liberale, cristiano, laureato, ricco e anche simpatico, ma se sei NERO in fondo in fondo non te lo si perdona. E al tempo in cui io sono cresciuto non era così.
E allora che cosa posso dirti Italia in cui sono nato e che nonostante tutto continuo ad amare? Che mi riempi di malinconia
sabato 1 agosto 2009
Però è così, io sulla pillola abortiva, sull’aborto in generale la penso come la chiesa.
L’aborto è un omicidio e la vita nel ventre della madre è una delle poche cose per cui vale la pena di vivere.
Viva il preservativo che fa bene alla salute! Viva la spirale! Viva la contraccezione! Viva il sesso!
E se rimaniamo incinta... be’ abbiamo qualcuno da amare, sposati o no. È una responsabilità naturale.
Tosse profonda tipo Mimì nell’ultima scena di Boheme, anzi tipo Violetta... siamo Emiliani.
Comunque, speriamo che non sia Swine Flu, domani devo partire per lavoro.
giovedì 23 luglio 2009
Però insomma questo can can sulla sua vita privata è ridicolo. Questa donna che registra i suoi clienti (tra l’altro inconsapevoli di essere “clienti”) non mi sembra mica molto etica. Anche se la chiamiamo “escort” invece di puttana (che poi “puttana” è un nome molto più bello ed antico). E i saggi moralisti della politica nazionale, con le facce scure di circostanza, mi fanno ribrezzo.
Se c’è una cosa che Berlusconi (e chiunque altro) è libero di fare, è di fare l’amore con una donna maggiorenne e consenziente. Full stop.
Magari Franceschini dovrebbe farlo un po’ di più anche lui, che gli farebbe venire la pelle un po’ più luminosa.
venerdì 10 luglio 2009
Eppure questo sogno che mi ha risvegliato nella notte era vivo come la vita e mi ha lasciato con il corpo teso e la sorpresa di essermi risvegliato in questa cabina stretta ed umida, con la testa ed il cuore pieni di un passato cosi' lontano che quasi non sembra piu' vero.
giovedì 9 luglio 2009
E' una notte di calma irreale, senza onde e senza vento; senza una nave in vista.
0330 WST, Ancora mezzora di guardia prima di riposare
domenica 5 luglio 2009
vi confesso che sono molto perplesso.
Il tempo, che sia un dono del Signore o solo un bel capitale di battiti cardiaci e respiri che non dureranno per sempre, è la cosa più benedettamente importante che abbiamo.
Non so quanto tempo passate davanti ai giochini, ma mi sembra tanto. Al punto che quando apro Facebook devo scegliere se scorrere la pagina fino in fondo alla ricerca di un pensiero, di una frase, di un concetto, di un dubbio, di una notizia sulla vostra vita, o andare subito da qualche altra parte per evitare di vedere i risultati dei quiz più stupidi e dei giochini più poveri di spirito che si possano immaginare.
Diciamocelo (siamo tra amici), o almeno chiediamocelo, ne vale la pena?
mercoledì 24 giugno 2009
giovedì 18 giugno 2009
Cui prodest?

Ma sì, forse mi sono sbagliato, o forse no. Forse è vero che il conto delle schede in Iran è stato truffaldino. Forse invece no. Nella mancanza di informazioni in cui siamo, è possibile che l’elemento determinante della nostra scelta di campo sia il desiderio di vedere Mr Ahmadinejad in pensione.
Però sembra che in piazza in Iran ci sia un vero movimento, con energia e con ragioni da vendere. Quella che chiameremmo “una primavera”. Un movimento che si scontra con un regime buio come la notte.
Forse l’alternativa non è così attraente neanche lei, ma abbiamo almeno il dovere di tenere gli occhi aperti per rendere agli iraniani un po’ meno pericoloso il diritto di parlare.
E' chiaro come il giorno questa “primavera” ha un grosso e lungo lavoro da fare e che il disgelo non sarà finito finché non andranno in pensione anche Mr Khamenei, la sharia e la Repubblica Islamica.
domenica 14 giugno 2009

Può essere che in Iran ci siano stati dei brogli tali da rovesciare un risultato a favore del buono Mir Hossein Moussavi in un plebiscito a favore del cattivo Ahmadinejad. Ma visti i risultati ufficiali – 63 contro il 33 per cento – devono essere stati davvero dei brogli colossali. Dobbiamo essere stati davvero osservatori poco attenti per essercene accorti solo quando il risultato delle elezioni è stato pubblicato e ci ha deluso, anzi ci ha fatto paura.
Può essere, e onestamente mi piacerebbe che fosse così, ma probabilmente non è vero. Probabilmente è vero che la maggior parte degli Iraniani ha votato il malandrino Ahmadinejad con le sue sfide all’Occidente ed il suo non riconoscimento di Israele, con il velo obbligatorio e tutti i sacramenti islamici che guai se la pensi diversamente.
L’Iran di oggi è evidentemente ancora così, ed è un peccato perché era stato uno dei primi Paesi mussulmani ad avviarsi sulla via della modernizzazione ed a riconoscere Israele... prima della rivoluzione dei preti del 1979. Ma quando le riforme entrano in conflitto con la pancia dei popoli, spesso non bastano ed i riformatori hanno la vita difficile.
Il problema di queste elezioni è quello della democrazia parlamentare: che lascia decidere alla maggioranza (a volte non proprio illuminata) e riflette le bizzarrie dei popoli. Nel breve termine produce dei risultati che ci sembrano soddisfacenti nei Paesi Occidentali, ma anche qui con alcune bizzarre eccezioni che conosciamo bene. La democrazia dei popoli senza classe produce risultati senza classe. La democrazia dei popoli persi dietro una teologia può produrre apici di illiberalità. Il problema è che la democrazia parlamentare è probabilmente il sistema di governo migliore che ci sia, ma solo se si coniuga con il liberalismo e con una scelta di fondo a favore dei diritti fondamentali dell’individuo. E non è sempre così.
Il problema adesso si sposta. Cosa ci facciamo con questo tipo qui? Cosa ci farà Obama che, come tutti noi, aveva sperato in un effetto a catena di rivoluzioni pacifiche innestate dalla sua apertura fraterna al dialogo? Cosa ci farà Israele (con il mio supporto silenzioso) che si trova alla porta un nemico cattivissimo e forte come non mai?
sabato 13 giugno 2009
Mondo piccolo
giovedì 11 giugno 2009
Terra Australis

Prima di tutto su Leeuwin io ci lavoro come Boatswain e come ultimissimo ufficiale di guardia. Cioè mi arrampico sulle sartie a fare nodi, a riparare ciò che si rompe e ad incatramare tutto ciò che si scatrama. Sembra strano per un vecchietto, ma è proprio quello che faccio. Ed è già tanto.
E poi di notte, quando gli ufficiali più alti in grado dormono, e di giorno, dopo pranzo, quando gli ufficiali più alti in grado dormono, io veglio.
Capitano di barchette. Semplice lavoratore sulle navi. E poi magari, pian piano, con anni di navigazione potrò fare qualche cosa di più. O magari no.
La vita non deve mica essere facile per forza.
..................
E infatti, Dio mio, non lo è. Però è una vita, è la mia vita, e non mi dispiace.
..................
Adesso sono a casa a sistemare un po’ di carte e a studiare. Per fare qualche progresso in un diplomino ridicolo in “Sostenibilità” che non manca di interesse e che se tutto va bene terminerò nei ritagli di tempo prima della fine dell’anno.
Vittore seduto tra i libri con mia figlia che gioca tra le gambe. Bene. Un déjà vu.
...................
Oh... e poi, ho una grande novità: ho passato ieri, con classe, il mio esamino per diventare un cittadino di questa grande Terra Australis Incognita. L’ultimo passo per sentirmi davvero a casa. Ormai non mi resta che presentare un po’ di carte e aspettare. Poco.
mercoledì 3 giugno 2009
Leeuwin

Così, giorno dopo giorno, siamo già arrivati a questo giugno del 2009.
Maturità dell’anno. Forse... chissà. Memorie di un tempo passato quando il maggio era odoroso, e poi c’era il grano che maturava, poi l’estate, la spiaggia di Rivazzurra, Cervarezza, e poi il temuto autunno e la temutissima scuola. E giorno dopo giorno crescevo, cambiavo, sognavo, amavo.
E tutto è così irrimediabilmente lontano.
E sono afasico oltre ogni dire. In questa vita che ho riempito di tutto, di tante cose belle (e anche no) che sarebbe così interessante raccontare.
È che la lingua è spaventata dal compito. È che io sono spaventato dal compito. È che l’Italia che pur amo mi ha riempito tanto di rabbia che non oso più... non voglio più parlarle.
Eppure non so nessun altra lingua che l’Italiano, la lingua che si adatta ai miei neuroni, come le scarpe vecchie e comode.
Ma nel parlarla mi salgono le lacrime agli occhi. Lacrime di malinconia e di rabbia. Rimpianti... rabbia.
E non la parlo quasi più. L a parlo con Speranza (che mi risponde in Inglese) così almeno capirà la nonna quando un giorno torneremo (di passaggio) in Italia. A riempirmi di dubbi e di malinconie rinnovate, ad andarmene ancora più lontano se sarà possibile.
Al diavolo...
Sono qui. Le mani sporche di uno sporco che non si pulisce facilmente. Le mani ferite di tagli a cui non si fa nemmeno caso. Familiare con un mondo di cose che in Italiano non saprei nemmeno nominare. Bene.
Sono a Geraldton, di guardia. La mia nave è ormeggiata in una banchina terribile, squassata dall’onda lunga dell’Oceano Indiano.
La mia nave è mia, la amo, con la sua ruggine e la mia paura di arrampicarmi tra le vele ed il sartiame, con il male dei mie muscoli di vecchio professore, con i momenti di gioia estatica e di angoscia, quando mi sembra di non farcela, con la stanchezza sul ponte di notte, con la pioggia, con la lontananza. Amo le onde, amo le grida indaffarate attorno alle cime, e il rollio che non cessa. E questi 55 metri di ponte che ormai conosco bene.
Bene. La vita non doveva mica essere facile per forza.
lunedì 11 maggio 2009
sabato 7 febbraio 2009
Presa nel modo giusto è buona, ma se la apri e ci guardi dentro prima di cucinarla fa venire un po’ di nausea.
giovedì 29 gennaio 2009
Salsicce
No. La salsiccia australiana è molto inferiore alla salsiccia italiana, perché l'idea originale di questo insaccato tascabile è che ci mettono dentro ben altro che carne di maiale (o beef, o canguro che sia), ma non so di preciso cosa. Così il risultato è un tubino rosa con dentro una pasta soffice ed omogenea a cui manca quella piccola esplosione di sapore che avviene nelle fortunate papille gustative degli italiani che mangiano una buona e fresca salsiccia.
Però la salsiccia non è che una parte della festa. Il barbecue cucinato dai maschietti è davvero parte della cultura nazionale e luogo di incontro che sostituisce la piazza, in cui ci si incontra con gente sconosciuta, si vedono gli amici, si gioca con i bambini, si beve birra e ci si diverte in modo più o meno innocente.
Le città australiane sono piene di enormi parchi ben curati, tutti forniti (almeno in Australia Occidentale) di decine e decine di Barbecue pubblici completamente gratuiti che funzionano solo premendo un bottone. Tutti funzionanti, tutti con tavolini puliti, tutti con giochi per bambini e tutti con bagni pubblici che si possono usare senza ammalarsi.
Il "barbecue" come rito e simbolo di identificazione degli australiani è probabilmente la cosa più inter-etnica che esiste in Australia. E' stato adottato da tutti gli "australiani" multilingue e multicolore, compreso gli Italiani. Nei parchi attorno ai barbecues ci sono grandi famiglie di inglesi, australiani bianchi, greci, cinesi, mussulmani indonesiani, timorensi (come la "mia" famiglia di Esmeralda) ed aborigeni. Tutti uguali e tutti capaci di personalizzare il risultato culinario con quel po' rimasto della cultura nazionale originaria.
L'Australia forse è un po' troppo perfetta, e perfino "noiosamente perfetta" come dice il mio avventuroso figlio Federico. Però è un gran posto.
Provare per credere.
mercoledì 21 gennaio 2009
Un sogno... un progetto.
Dialettica della storia: tesi, antitesi, sintesi. Sì, ecco, siamo alla fine della storia.
E anche all'inizio perché la fine di un cammino è quasi sempre anche l'inizio di un cammino nuovo.
Lo so da sempre, ma da un po' di tempo tante cose me lo ricordano.
Non so se la guerra è davvero la levatrice della storia, magari è solo una stupidaggine filosofica. Ma sicuramente la democrazia sì, la democrazia lo è, qualcosa che fa nascere il nuovo. E' il grande dono della cultura occidentale al mondo: un uomo in gamba può diventare Presidente degli Stati Uniti d'America anche se è un mezzo keniota, trascurato da suo padre, cresciuto un po' in un paese mussulmano e un po' dalla nonna perché la mamma si era risposata. Presidente dell'America multicolore dove l'identità collettiva non è un fatto biologico ma culturale. Presidente dell'America con tante idee diverse, affascinata, come il mondo intero, dal suo modo di parlare, dalla sua passione, dalla sua giustizia.
Un presidente con un lavoro difficile, che scontenterà presto molti illusi della storia ma che forse riuscirà a tenere insieme le persone razionali sull'idea di un qualche futuro possibile.
Un passaggio complesso e vitale dal Sogno al Progetto: I have a dream... yes we can. Now! Il tempo è venuto.
Ed è il discorso più pieno di speranza che si potesse immaginare, in cui il realismo e l'entusiasmo sono parte della stessa vitale realtà.
Non staremo a guardare, ma ci daremo da fare, perché il futuro è nostro, delle persone che si rimboccano le maniche e fanno funzionare le cose. Non staremo a guardare perché la giustizia per i molti reta da essere costruita. Cercheremo la pace ed il rispetto ma saremo pronti a combattere il terrore
Un discorso di insediameto americano, anzi americanissimo. Pragmatico e pieno di ideali. Con la faccia pulita ma la testa sulle spalle e le mani pronte a lavorare.
Lo ascolto, io che americano non sono e mi si scalda il cuore.
E domani è un altro giorno.
martedì 20 gennaio 2009
Celebrazioni
Ma sono d'accordo anche io, questo non è un popolo che vuole la pace. Almeno non tutto. Purtroppo, forse, non la sua maggioranza.
Ma questo non cambia nulla naturalmente. Anche i popoli che vogliono la guerra hanno diritto ad esistere. Però devono fare i conti con la realtà, almeno quando la storia ha un po' di buon senso e non li lascia spadroneggiare troppo. I popoli guerrafondai però rischiano di autoinfliggersi la punizione di un'esistenza misera, nonostante gli aiuti e nonostante gli auspici del mondo.
Io non sono in grado di spiegarti gli obiettivi militari e politici di questa guerra. E' ovvio che sia io che te guardiamo a queste cose da spettatori e ci facciamo idee sulla base di informazioni parziali. E' quello che succede agli uomini quando cercano di capire gli altri uomini... un lavoro difficile.
Non sono nemmeno in grado di dire con certezza che questa offensiva sia stata necessaria (ma credo di sì) né se sia stata un successo (ma temo di no).
So che se la situazione deve cambiare bisogna fare ben più di una guerra. Bisogna offrire sviluppo economico e speranze di una vita migliore al popolo palestinese per fargli assaporare il piacere di una vita normale, perché il sano piacere di una vita di speranza, di innamoramenti, di vacanze, di studio non può che allontanare le persone di buon senso dalle ideologie di odio e di morte e dagli ideali di martirio.
Purtroppo però questo non può avvenire senza liberare il popolo palestinese dalla prigionia di se stesso, dalla prigionia della propria cultura di guerra e dai terroristi con le rampe lanciarazzi nelle scuole e nelle moschee. Che giustificano se stessi come tutti i fanatici delle religioni del mondo che pensano che in fondo il macello che fanno in questo mondo (ad esempio sparando missili da edifici civili di Gaza) sia giustificato dal grande ideale del cielo.
E allora spero che da tutto il mondo venga meno il sostegno a chi vuole la guerra. Perché senza questo sostegno, a volte disinteressato e a volte no, lo Stato Palestinese esisterebbe già dal 1948, ed i Palestinessi sarebbero ricchi o poveri secondo i loro meriti, ma indipendenti, liberi e sovrani.
Ma detto tutto questo, il tempo scorre in fretta. Israele e perfino Hamas hanno pensato bene di fermarsi almeno per un giorno a guardare il cambiamento che arriva, sorridente e scuretto di pelle alla Casa Bianca. Li ringrazio di cuore e adesso vado davanti alla tv a guardare anche io, anche se ormai è notte e dovrei andare a dormire.
lunedì 19 gennaio 2009
Cessate il fuoco!
Combattere non è bello, soprattutto quando si guarda il dolore e la paura della gente, e poi, mi pare, non produce di solito dei grandi risultati. Ma può essere necessario. Purtroppo.
Israele combatte per sopravvivere. Ha dei nemici pieni di odio che non riconoscono il suo diritto di esistere, e tante altre persone un po’ dappertutto che magari non lancerebbero razzi sulle sue città ma che sono sempre pronti a giustificare chiunque lo faccia, o faccia saltare in aria i suoi ristoranti, o educhi i suoi figli all’ideale del martirio pur di fare a pezzi un po’ di carne israeliana.
Se non fosse che qualcuno, anche in Italia, in fondo in fondo dubita del diritto di Israele ad esistere, la discussione politica sulla crisi sarebbe più scoperta; sarebbe un affare di logica che si potrebbe discutere apertamente sul tavolo trovando punti di incontro. Purtroppo non è così.
Israele, come qualunque altro stato al mondo, non si lascerà assassinare senza fare di tutto per continuare ad essere. Inutile scandalizzarsi per quello. E farà quello che può per impedire i razzi sulle sue città, i rifornimenti di armi a Hamas, le bombe atomiche a portata di missile o gli eserciti ammassati alle sue corte frontiere a pochi minuti di macchina dal suo parlamento.
E se a parole si pretende che non reagisca in nome di begli ideali, allora vuol dire che quegli ideali sono solo la facciata che nasconde il desiderio che con Israele la si faccia finita una volta per tutte, o il menefreghismo che porta a dire che qualunque soluzione va bene purché poi si faccia la pace: la Pax Arabica.
Se il mondo vuole che Israele non combatta fino all’ultimo per essere sicura di esistere anche domani e dopodomani, deve garantire in qualche altro modo che questo accada. Con il ragionamento, il diritto, e anche con dei soldati che se necessario combattano sul serio per ottenere il risultato.
Una forza ONU, una forza NATO, una forza internazionale di qualunque tipo può funzionare. Ma bisogna essere chiari dal principio su quello che si va a fare, e può non essere un lavoro facile né piacevole. Può essere anche un lavoro violento.
E sono sicuro che Israele ringrazierà, e invece di bruciare risorse e di mandare a morire i suoi uomini si occuperà del proprio sviluppo economico e (poiché è Israele e non un’organizzazione votata alla guerra eterna per fede ideologica) anche allo sviluppo economico di tutta l’area medio orientale.
Però non giochiamo sulle parole e sulle famose “regole di ingaggio”. Se si vuole che Israele non viva nella paura di un attacco, l’unica regola di ingaggio è che si deve impedire che forze votate alla destabilizzazione siano in possesso dei mezzi per nuocere. Non basta più una forza di interposizione che tenga separati i due eserciti mentre gli Hezbollah si armano o Hamas costruisce rampe di lancio di missili. Ci vuole un esercito che garantisca la sicurezza di Israele.
O Israele se la garantirà da se’. Se ci riesce.


