domenica 12 novembre 2006

I sensi, l’anima e la superficie

Io non ho fede in Dio. Io non ho fede. Quando qualcuno me ne parla, è la stessa parola così genericamente buona, così indefinitamente confusa e piena di speranza che mi fa torcere la bocca con un po’ di amarezza.

Mi ricordo da bambino che quando facevo la comunione mi piaceva, il sacerdote mi metteva in bocca l’ostia ed io sentivo un brivido, come se Dio mi entrasse nelle dita, nelle gambe, nella testa.

E direi ora che era suggestione di me che sorridevo e sentivo che mi staccavo un po’ dal mondo per andare a toccare per un attimo qualche cosa di più importante. Qualcosa che avesse un po’ più senso (se posso prestare a Vittore bambino parole da uomo).

Poi sono successe tante cose. L’adolescenza nel mio corpo e nei miei pensieri mi ha fatto gridare che no, non faceva per me. Un po’ preoccupato di essere libero, un po’ preoccupato di essere grande, un po’ preoccupato di seguire pensieri e non abitudini, mi sono messo per anni a discutere con rabbia, come se davvero avessi capito, come se io soltanto avessi la verità: Dio non esiste.

Che sciocchezza presuntuosa, buona per un diciottenne.

Poi mi sono rasserenato. Mio babbo aveva rinunciato a dimostrarmi ogni giorno la sua verità, eppoi non vivevo più con lui: ero grande. Ed i tempi cambiavano: religione e politica non avevano più molto a che fare, si ripoteva dire di tutto (o quasi) senza tradire.

E poi pian piano il mondo attorno a me si era fatto più largo e più variato, non c’era più bisogno di mettermi uno stemmino sulla giacca, non c’era più bisogno di essere niente di niente: non più di sinistra, non più convinto, non più nulla: solo quello che stavo diventando, ancora con sforzo ma senza più un progetto. E soprattutto con tanto dolore

E così Dio è ritornato nella mia vita, sono ritornate a volte le preghiere che leniscono la pena, sono ritornati i silenzi e cresciute le indecisioni. È tornata la bellezza dei testi sacri che fanno sorridere quando vorresti piangere, e che fanno sentire che gli uomini con in mano la penna o lo stilo di 3000 anni fa sono uomini come te. E tornata la poesia, sempre di più, per anni e anni. Che intanto sono passati.

Ma non è tornata la fede, quella no.

Non saprei più nemmeno a che santo rivolgermi se dovesse tornare la fede, o a che Dio.

E il mondo... che vada dove vada. La religione, la politica, la cultura, l’economia, la scienza sono bollicine lì alla superficie di un magma profondo sotto i nostri piedi, di un fiume di cui non leggiamo il senso, di una vicenda un po’ anonima di sopravvivenza. Davvero posso solo dire che resto a guardare con un po’ di curiosità e molta distrazione, come quando hai altri pensieri per il capo.

E adesso vivo in Australia da quasi cinque anni.

L’Australia è un posto che non ci si pensa mai, ma Dio qui non abita. Qui la gente è venuta da lontano ed ha reciso le radici che sono le radici di molte cose compreso Dio.

Qui si viene credendo in Dio, e ci sono alcune chiese, sinagoghe e moschee, ma dopo un po’ non ci si crede più. Si è in troppi e tutti diversi. Il tuo Dio è come la tua cucina o il tuo modo di vestire.

Tutti ti dicono “bravo”, ma non provare a spacciarlo per migliore di quello di un altro perché non attacca.

È un modo gentile e poco polemico di mettere Dio alla porta. Mi sembra. Ed io mi adatto in fretta.

Però, insomma, leggevo annunci mortuari sul giornale; perché anche con Dei presi poco sul serio, la gente muore lo stesso. E mi è venuto da pensare. Quando la gente muore, in questa vita alla ricerca di un paradiso in terra – la vita dell’emigrante in un paese felice – cosa è davvero importante?

Gli annunci mortuari del West Australian non parlano più di Dio. Aveva ragione Nietzche: Dio è morto e lo abbiamo dimenticato.

Tre pagine di annunci, molti con un piccolo disegno: un simbolo che chiude una vita e che ti offre una chiave per capire.

Una sola croce... una sola su centinaia di annunci! Tre angeli. Una colomba della pace con l’ulivo in bocca. Una Bibbia. Una farfalla. Una canna da pesca. Una macchina sportiva. Molte bandiere a scacchi incrociate. La scritta in grande DAD. Uno stemmino dei Fremantle Dockers con scritto in grassetto GO DOCKERS!

Dio mio... Dio mio...

A Reggio qualche vecchio aveva la stella comunista invece della croce. Forse non era poi una grande idea, ma era una cosa importante, o una cosa che poteva sembrare importante.

Ma i Dockers? I Dockers (che per altro quest’anno sono arrivati terzi nel campionato) sono una delle squadre locali di football australiano.

Non sentirei freddo se nell’annuncio della mia morte qualcuno scrivesse, che so, forza Juve? Un freddo come ghiaccio.

E mi viene da pensare. In fondo io sono d’accordo che la religione non è la più alta forma di sapere. Troppa poca libertà e troppa “fede”.

Meglio la letteratura che ti permette di dire verità nascoste, o palesi ma indicibili.

Meglio la filosofia che ti fa lottare con te stesso, con la ragione che fa click a vuoto, con l’impotenza di non avere nessun altro, migliore strumeno per orientarti nel mondo.

Meglio l’arte che ti offre aria respirabile nelle città soffocate.

Meglio la scienza, forse, che rivive il sogno di Prometeo, destinato alla dannazione orgogliosa dell’uomo.

Ma non meglio tutto. Non meglio una vita di cecità, di campeggio al sole, di macchine smarmittate, di canne da pesca. Nessuno lo può seriamente credere.

Unica giustificazione: essere emigrante.

L’emigrante è un uomo per cui la vita ha significati primordiali: la casa, il cibo, i figli da crescere. Significati buoni e semplici.

L’emigrante non ha mai capito bene di che cosa si trattava quando laggiù a casa si parlava e parlava. Lui era povero e aveva altro a cui pensare. E adesso è ricco e si gode il privilegio di star bene.

Forse questa è salute. Ma... e quando si muore?

4 commenti:

Anonimo ha detto...

Quando si muore finisce tutto ma mi piace pensare che l'energia dell'anima, delle idee e delle convinzioni aleggino nell'aria fino a trovare nuova dimora per ridiventare concretezza. La chiesa cattolica non lascia spazio al pensiero chiusa com'è dall'omertà su certi argomenti che nemmeno vanno nominati e mi viene il pressante sospetto che faccia comodo così;anche la storia ci insegna che la chiesa cattolica ha sempre nascosto verità scomode. Hai ragione nel dire che è meglio la filosofia e la letteratura, queste non ci precludono nulla e non ci chiudono gli occhi,anzi, te li aprono. Cristina

terry ha detto...

“Coloro che sono morti
non sono mai partiti
Essi sono nell’ombra che infittisce
I morti non sono sotto
La terra
Sono nell’albero che freme
Sono nel bosco che geme
Sono nell’acqua che scorre
Sono nell’aria che dorme
Sono nelle capanne,
sono nella folla
I morti non sono morti “
(birago diop – africa)

Anonimo ha detto...

bellissima poesia... è proprio questo che intendevo! cristina

Effe ha detto...

il problema si risolve non morendo, mi pare.